Elezioni politiche 2018: una breve analisi

Elezioni2018La vittoria del Movimento 5 Stelle, l'affermazione della Lega come forza principale dello schieramento di centrodestra e la disastrosa sconfitta del PD e dell'intera sinistra sono gli elementi da cui partire per un'analisi dei risultati di quest'ultima tornata elettorale.

I vincitori: Movimento 5 stelle e Lega
Queste due forze hanno vinto perchè sono state vissute come “antisistema”. Poco conta che lo siano raealmente, il fatto è che così sono state intese dal corpo elettorale.
Il loro modo di essere antisistema è diverso.

Il Movimento 5 Stelle è visto come un movimento che si pone “contro” la classe politica tradizionale su cui il giudizio popolare è totalmente negativo, non solo e non tanto per la sua corruzione (che non è una novità nel panorama politico italiano, tangentopoli docet), quanto piuttosto per la sua manifesta incapacità di dare risposte alle gravi difficoltà in cui si trova a vivere una buona fetta del popolo italiano, fatte salve le élites.
C'è dunque l'investimento in una forza politica relativamente nuova le cui capacità di governo richiedono di essere messe alla prova.
Il Movimento 5 Stelle non è una forza politica “sudista”, che fa incetta di voti nel sud puntando sul “reddito minimo”, perchè se questo fosse vero, come si spiegherebbe che il M5S è molto spesso la seconda forza politica al nord? Questa lettura da una parte è il frutto della solita vecchia polemica antimeridionalista, dall'altra non riesce a vedere che questo movimento ha le caratteristiche di una forza politica compiutamente nazionale. Sul M5S, come risulta dall'esame dei flussi elettorali, c'è stato il convergere di una buona fetta dei voti in uscita dal PD e in generale di quelli di elettori di sinistra che investono su di loro perchè sanno che hanno un peso politico tale da poter indirizzare il paese verso processi innovativi e di trasformazione.

La Lega viene vissuta come il soggetto che si pone a difesa di un livello di vita che, come insegna l'esperienza di questi ultimi anni, sembra destinato a peggiorare progressivamente se si lasciano le leve del governo nelle mani di una classe dirigente eterodiretta dalle istituzioni europee e che risponde alle sue logiche piuttosto che ai bisogni del popolo italiano. Questo ragionamento fa presa non più solo al nord, ma inizia a coinvolgere anche le regioni del centro: la Lega ottiene percentuali di voto a due cifre in Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo. Dentro questo quadro viene giocata anche la questione “immigrazione” che viene vista, oltre che come spettro contagioso di una povertà possibile, come un carico pesante che viene gettato sulle spalle dell'Italia dall'Ue senza che questa faccia nulla per sostenere il paese.

In conclusione si potrebbe leggere il successo di M5S come un investimento in positivo, mentre quello della Lega come la volontà di contrastare lo strapotere della Ue recuperando una posizione “sovranista” che invece M5S sembra aver piano piano abbandonato nel corso della campagna elettorale (il M5S è infatti passato dalla richiesta di un referendum sull'euro alla rassicurazione dei mercati alla city di Londra).

Gli sconfitti: PD e FI
Le forze che puntavano alla conservazione dell'esistente, PD e FI, sono state travolte e questa è la dimostrazione di quanto il panorama politico e sociale non sia affatto soddisfatto dal “buon governo” e dai “risultati raggiunti da non buttare via” di Gentiloni.
Il PD è il primo partito solo nel collegio Lombardia 1, in Toscana e in Alto Adige, una delle regioni più sovvenzionate d'Italia, mentre FI è il secondo partito solo in alcune regioni del sud: Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.
È evidente che il livello di insoddisfazione di gran parte dell'elettorato per la situazione complessiva è altissimo e che gli elettori hanno individuato con precisione le forze politiche che con la loro attività di governo hanno la responsabilità di questa situazione e ne hanno scongiurato il tentativo di alleanza.
Una riflessione particolare va fatta sul PD quale “partito delle élites”. Non è un caso che questo partito si aggiudichi il collegio con il reddito più elevato, Lombardia 1, e che venga premiato nel centro di Milano dove vive la parte più “globalizzata” della popolazione italiana che dunque non può che ritrovarsi in una proposta politica che è in perfetta sintonia con l'impostazione liberista e “globalista” dell'élite europea. Il PD è un partito di classe, certo, ma della classe dominante.

La sinistra: LEU e Potere al Popolo
Riguardo a questo settore politico, l'impressione è che non si sia trattato della sconfitta in una battaglia, ma di una guerra ormai perduta. L'operazione LEU, il presentarsi come alternativa al PD, è stata colta dall'elettorato come falsa, tardiva e gestita da personalità politiche responsabili delle difficoltà attuali tanto quanto il PD, con il quale ha condiviso tutte le politiche economiche e sociali di questi ultimi anni.
Per quanto riguarda Potere al Popolo, laddove l'elettorato era stato messo in grado di sapere di che proposta politica si trattava, la lista è stata vista come totalmente fuori gioco, ininfluente sul piano degli equilibri politici e pertanto ha ottenuto il risultato che era prevedibile in base al richiamo identitario di quello che rimane dell'elettorato comunista, 372.000 voti, pari all'1,13%.
Dunque la presenza della sinistra in parlamento sarà data dai 14 deputati e dai 4 senatori di LEU: una presenza residuale. Ma quel che è peggio è che questa “residualità” sembrerebbe essere una caratteristica della sinistra non solo in parlamento, ma anche – ed è molto peggio – nella società italiana.

Che cosa è successo?
Una cosa molto semplice: l'elettorato ha scoperto che la sinistra è inutile, vale a dire non serve più ai ceti che per anni si sono appoggiati ad essa e in essa hanno trovato le forme organizzative attraverso cui condurre le lotte e ottenere risultati.
In questa inutilità non cade solamente la sinistra politica, ma anche la CGIL la cui assoluta impotenza è sotto gli occhi di tutti ogni volta che degli operai, per difendere il loro posto di lavoro, si sono arrampicati sulle ciminiere, si sono asserragliati nelle miniere, si sono incatenati ai cancelli della fabbrica nella loro disperata solitudine. Ogni volta che, di fronte a una delocalizzazione, questo sindacato non prende altra iniziativa che un “tavolo di concertazione” il cui unico obiettivo è quello di gestire l'esistente e soprattutto di non fare esplodere la rabbia di chi si trova o sta per trovarsi senza lavoro.
Che dire poi delle Coop, che cos'è oggi l'ARCI e l'ANPI, vale a dire i pilastri su cui si è incardinata per generazioni la presenza della sinistra nella società italiana?

I risultati elettorali impietosi ci dicono che non possiamo chiamarci fuori: noi siamo stati accomunati alle sorti della sinistra italiana, alla sua inutilità o, peggio, al suo carattere elitario. Del resto domandiamoci: cosa abbiamo fatto per portare le nostre posizioni tra le classi popolari? Che battaglie abbiamo combattuto contro le politiche di questi ultimi anni che andassero oltre la propaganda o il banchetto informativo? Perchè abbiamo lasciato che fosse la Lega a raccogliere le firme contro la Fornero?

Conosciamo bene lo stato di grande difficoltà in cui lavorano i compagni, la loro straordinaria generosità e quanto costi di questi tempi tenere la posizione, ma senza un rivolgimento completo del nostro modo di essere e di operare non possiamo ripartire.

Tre sono i punti da cui provare a ripartire. Il primo punto, che è la condizione base, è quello di tornare ad essere utili alle classi popolari, rimettendo al centro i loro bisogni (che sono i nostri) con il massimo della concretezza, dunque, e allo stesso tempo il massimo della capacità di eleborare une proposta concreta in una situazione concreta.

Il secondo punto è il sostegno e la messa in relazione delle lotte che si svolgono nel nostro territorio perchè è solo attraverso le lotte che si forma la coscienza e l'esperienza.

Il terzo punto, forse quello decisivo, è la raccolta intorno al partito di competenze economiche, storiche, di relazioni internazionali e altro. Personalità con queste competenze ci sono nel nostro Paese e si sono espresse a favore del progetto di Potere al Popolo, ma per ora agiscono ciascuna all'interno della propria piccola cerchia e senza un progetto più ampio a cui fare riferimento.

Il quadro politico e sociale non è il più roseo e favorevole, ma in ogni caso l'ottimismo della volontà ci spingerà a fare quanto possibile.

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