da Liberazione di sabato 26 giugno
Intervista a Landini: «Dai lavoratori un No allo scambio lavoro-diritti»
Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, perché hai scelto L’Aquila per manifestare contro la manovra decisa dal governo?
L’Aquila è una città simbolo. Rende evidente come, al di là della propaganda, la città sia lontana dall’essere ricostruita. Ma anche come sia necessario un cambiamento della politica economica del governo a 360 gradi. Oltre alla manovra che sta mettendo in ginocchio lavoratrici e lavoratori, a causa dei tagli allo stato sociale e alle pensioni, siamo in totale assenza di una politica industriale che affronti le questioni dell’occupazione e della difesa del nostro sistema delle imprese.
Sacconi però respinge questa accusa e cita proprio il trasferimento della Panda a Pomigliano. Secondo il ministro del Lavoro, quello che serve perché l’investimento della Fiat si realizzi «è una adeguata produttività del lavoro, che presuppone la rinuncia in termini di autodisciplina a ogni forma di conflitto che potrebbe rendere vano quell’investimento». In pratica, il ministro ignora il largo dissenso manifestato dagli operai che lavorano sulle linee su questo punto dell’accordo. E’ corretto questo atteggiamento?
Ma nel modo più assoluto. E’ chiaro che siamo di fronte a un uso strumentale di una vicenda come quella della Fiat. Quando si dice che si è in assenza di una politica industriale, è perché uno fa il confronto con quello che stanno facendo Francia, Germania, gli stessi Stati Uniti, anche in termini di sostegno all’innovazione e alla ricerca. Nel caso dell’industria dell’auto, oggi c’è il problema di produrre motori che inquinino e consumino meno. Sono invece stati dati incentivi senza vincolare le imprese a difendere l’occupazione o a mantenere le produzioni nel nostro paese. A distanza di un anno dall’annunciata chiusura della Fiat di Termini Imerese, ancora non si vede una soluzione alternativa praticabile. La via di uscita dalla crisi che il governo prospetta è basata sulla riduzione dei diritti e dei salari. E quindi, la collocazione del nostro sistema industriale in una fascia bassa di competitività, giocata più sulla riduzione dei costi che sulla qualità. Ma è una strategia perdente.
Veramente Marchionne sostiene che la Fiat prodotta in Polonia non solo gli costa mille euro in meno ma è anche di alta qualità...
Intanto va ricordato che il mercato italiano dell’auto rimane uno dei più importanti d’Europa, soprattutto per la Fiat. Malgrado ciò, la Fiat in Italia produce meno auto rispetto a quelle che vende. Dopodiché ribadisco che la limitazione del diritto di sciopero e le deroghe ai contratti non c’entrano nulla con la qualità e la produttività che si vuole realizzare. Noi siamo assolutamente disponibili a discutere su come ottimizzare l’utilizzo degli impianti.
Il guaio è che non c’è solo la Fiat. Bonanni, segretario della Cisl, ha dichiarato che, poiché il 62% dei lavoratori di Pomigliano ha votato Sì all’accordo separato, «la trattativa si può riaprire solo se la Fiom cambierà opinione».
Il punto vero è che senza consenso le fabbriche non funzionano. Hanno voluto fare una forzatura? Hanno voluto sentire i lavoratori? Adesso debbono tenerne conto. La maggioranza di quelli che quei turni lì li debbono fare non è d’accordo. Vogliono l’investimento, perché vogliono lavorare, ma non a quelle condizioni. La Fiat deve valutare se vuole affrontare questa situazione ricercando un rapporto costruttivo con tutti i lavoratori e con tutte le organizzazioni sindacali o imponendo un modello autoritario. Inoltre penso che sarebbe un atto di responsabilità anche da parte delle altre organizzazioni sindacali valutare meglio cosa hanno detto i lavoratori.
Intanto però nessuno sembra voler fare un passo indietro. C’è persino chi spera in Epifani, che la Cgil, cioè, riesca a far ragionare la Fiom...
Io penso che siamo di fronte a una fase nuova. Non è che c’è qualcuno che deve ragionare e qualcun altro no. C’è un pronunciamento dei lavoratori di Pomigliano con cui tutti devono fare i conti. Oggi (ieri ndr) le piazze erano piene. Questo scambio tra lavoro e diritti i lavoratori italiani non lo vogliono. Quindi penso che tutti debbano fare un passo, non indietro, ma in avanti. Si riapra una trattativa e si affrontino i temi da affrontare. Noi siamo pronti a fare la nostra parte.